Una piccola arca della biodiversità

di Paolo Cacciari

in occasione dell’inaugurazione del Vivaio della Biodiversità di Casa delle Agriculture

Castiglione d’Otranto, 5 giugno 2016

La campagna per la libera riproduzione delle sementi e per la libera semina ha un valore pratico, materiale – la conservazione della biodiversità – e un significato generale politico e simbolico. Si iscrive nel grande ambito della difesa dei cicli naturali e delle libertà fondamentali individuali. Nella misura in cui la Terra è la madre di tutti i beni comuni, i semi sono la potenza della vita contenuta nella Terra. Vandana Shiva ce lo ha ripetuto mille volte. La biodiversità è la democrazia della Terra perché rimanda alla sovranità dei popoli, alla loro autodeterminazione alimentare, alla diversità delle culture, alla pluralità delle scelte dei percorsi di sviluppo.

Un vivaio locale è una piccola arca della biodiversità. Una banca viva del patrimonio genetico di un ecosistema territoriale. La base delle conoscenze della natura dei luoghi. C’è chi ha detto che le case della biodiversità sono le “università del recupero del sapere” (Gustavo Duch). Il punto da cui partire per riallacciare il filo spezzato tra esseri umani e cicli della vita. Per rigenerare il ”ricambio organico tra uomo e natura” (per dirla con le parole di Carlo Marx, che ecologo non era). Per creare integrazione tra ecosistemi ed economie territorializzate. La cura della biodiversità è parte fondante dei progetti di autogoverno comunitari. Le norme giuridiche, tecnologiche ed economiche che introducono barriere alla autoproduzione e alla libera diffusione dei semi (cioè alla riproduzione della vita) sono un pericolo ecologico e un’ingiustizia sociale. Non c’è esagerazione nel dire queste cose, non c’è retorica. E’ così, semplicemente!

Viviamo in un mondo ridicolo, se non fosse tragico. Il sistema socioeconomico in cui viviamo ha elevato la libera circolazione delle merci (e del denaro) a principio universale supremo. Ostacolare il libero commercio (vedi il proliferare degli accordi transnazionali di libero scambio) è delittuoso, va contro il “progresso”. Ma, stranamente, questo principio non si applica ai semi, ai saperi e agli stessi esseri umani. In questi campi vigono le leggi dei brevetti, del copy-right, delle nazionalità. La “nuda vita” non ha diritti in quanto tale, ma solo se viene espropriata, se qualcuno se ne impadronisce e la ingabbia dentro qualche categoria giuridica ed economica, se viene, cioè, mercificata. Persino il genoma umano acquista un valore sociale solo se entra come fattore di produzione di una qualche impresa economica. I beni comuni, cioè di tutti, pubblici e condivisi equamente (res communes omnium), sono stati annullati e derubricati a “beni di nessuno”, appropriabili da chi offre più denaro (res nullius cedit primo occupanti). Tutto deve essere commerciabile, scambiabile sul mercato. I cicli vitali e gli stessi esseri umani o sono funzionali alla valorizzazione economica o non sono portatori di diritti in quanto tali. Nemmeno quello di riprodursi e di muoversi liberamente.

Per impedire che le vite possano generarsi e rigenerarsi liberamente creano confini ed alzano barriere, emettono passaporti. Ciò che sta avvenendo lungo i confini del mondo più ricco e industrializzato, più “avanzato” e “civilizzato”, è semplicemente vergognoso. Si sta consumando il più grande eccidio di massa in tempo di pace che la storia abbia mai conosciuto. Tra Messico e Stati Uniti, nel Mediterraneo, sui Balcani, attorno all’Australia e altrove. E’ stato messo in atto un sistema di apartheid globale tanto odioso, quanto brutale e inutile. Il segno palese del fallimento delle promesse della democrazia liberale fondata sull’idea dei diritti umani individuali e universali. Cioè, uguali per tutti. La fine dell’ipocrisia occidentale ed anche della nostra innocente, stupida buonafede. Noi possiamo andare dove vogliano, ma voi no. Noi possiamo comprare petrolio e “beni coloniali” al prezzo che decidiamo noi, ma voi non potete rendervi autonomi. Sergio Cabras nel suo bel libro Terra e futuro, racconta come Henry Kissinger negli anni ’70 abbia pianificato la distruzione dell’autosufficienza alimentare dell’Africa e dell’Asia. Una nuova forma di imperialismo – economico – ha affiancato quello militare. Noi, occidentali, possiamo delocalizzare i lavori sporchi, pericolosi e mal pagati, ma voi Terzo Mondo non potete venire a lavorare qui, se non selezionati per quote, skins professionali, religioni… Questa asimmetria di potere determinata dallo squilibrio gigantesco dei rapporti di forza esistenti produce i disastri che vediamo: sociali ed ambientali, assieme. Il più lucido libro di economia politica uscito ultimamente è la Laudato si’ di Bergoglio.

Dobbiamo quindi sottrarci a questo sistema di cose. Partendo dal “lavoro del pane”, come Tolstoj chiamava le attività volte alla sussistenza. Partendo dalla agricoltura. Dalla ri-territorializzazione delle produzioni primarie. Reimparando a fare le cose di cui abbiamo bisogno con ciò che abbiamo a disposizione. L’autarchia (se intesa nel suo senso etimologico di autogoverno) non è una brutta parola. Mi pare che Alberto Magnaghi invochi una forma di autosviluppo locale basata sulle “retro-innovazioni”. Che cosa è più avanzato: immaginare produzioni agricole sempre più serializzate, povere e inquinanti, oppure a più alta intensità di lavoro contadino qualificato? E’ più progressista consentire che le 6 Big Pharma companies continuino la rapina dei semi con i brevetti e le royalties, o che i 3 miliardi di contadini che ancora popolano la terra possano continuare a vivere nei loro campi?

Sappiamo bene che non è facile sottrarsi alle leggi del mercato, “strappare” i contadini dalle grinfie delle agrochimica “tutto compreso” (dal seme ai fitofarmaci, dal trattore all’assicurazione). Per invertire la rotta bisogna andare contro vento. E i condizionamenti non sono solo economici, sono anche culturali e psicologici. Per disubbidire alle logiche dominanti bisogna fare molta fatica. Reimpossessarsi di saperi diffusi, esperenziali spesso andati perduti e aggiornarli continuamente. Il sogno delle industrie agroalimentari è una agricoltura senza terra e senza contadini, con tante macchine e pochi operai agricoli. Mettere in pratica un altro modello che stia in piedi anche economicamente non è facile, ma i successi (almeno statistici) del biologico sono incoraggianti. La visione di insieme che deve guidare la riconversione dell’agricoltura è l’idea di un nuovo patto sociale tra città e compagna. Un “patto di fornitura” alla pari tra contadini e cittadini, tra produttori e consumatori che non abbia solo come obiettivo il “mangiare sano”, ma la riduzione dell’impronta ecologica delle città, la tutela idrogeologica e paesaggistica, la lotta al surriscaldamento del pianeta. Il regime delle acque e il sistema energetico, la qualità dell’aria e la tutela dei beni comuni sono interdipendenti.

Ci sono dei segni che devono farci sperare nella possibilità del cambiamento. La Biennale di Architettura in corso a Venezia ha selezionato (tra i 20 migliori progetti italiani) il Parco dei Paduli. La campagna per una legge sull’agricoltura contadina ha raggiunto le aule del Parlamento. La Rete nazionale dell’Economia Solidale annovera sempre nuovi Distretti e Filiere produttive. Troppo spesso mi sono accorto che tra i pionieri dell’altra economia non ci si rende conto dell’importanza delle cose che vengono fatte. Il Vivaio di Castiglione, ne sono certo, diventerà un modello di riferimento per molte altre realtà.

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